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L’ORGANO DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI ORSENIGO
Fonti e cronologia
L’organo, collocato sopra la bussola del portale d’ingresso alla chiesa, fu costruito tra il 1836 e il 1837, dopo l’ampliamento della stessa, finanziato dal lascito di quindicimila lire milanesi del marchese Giuseppe Castelli (Milano, 1755-1824), di cui fu esecutore testamentario l’avvocato Giambattista Orleri1.
Nella lettera ai Signori Fabbricieri della Chiesa di Orsenigo in data 13 dicembre 1835, il parroco don Luigi Caspani lamenta lo stato attuale in cui trovasi la Chiesa, e sue adiacenze, terminato che si è il materiale della Fabbrica: la Chiesa è mancante dell’organo, e sua cantoria, che si sono dovute levare.
La notizia documenta l’esistenza dell’organo prima dei lavori di ampliamento, a causa dei quali lo strumento primitivo venne smembrato e probabilmente riutilizzato solo in parte per il nuovo. L’analisi dello strumento, condotta da Romano Riva nel gennaio 1992, ha consentito di ipotizzare all’interno della struttura la sopravvivenza di qualche elemento che si potrebbe ritenere settecentesco2. Ad ogni modo, è sicuro un terminus post quem: gli atti della visita pastorale del card. Giuseppe Pozzobonelli nel 1752 attestano che anche ad Orsenigo, come in quasi tutte le chiese, organum non adest. Installazioni, rifacimenti, ampliamenti dello strumento avverranno quasi ovunque nel corso dell’Ottocento.
Notizie precise riguardo la data della costruzione e l’organaro si traggono dal libro di cassa dell’Amministrazione della Chiesa Parrochiale [sic!] di Orsenigo dal 1805 al 18413.
Anzitutto nel 1805 la chiesa di Orsenigo era dotata di un organo efficiente se, in data 15 dicembre, veniva pagato al signor Fortunato Saruggi Organista per suo onorario per il corrente anno 1805 come da confesso la somma di £. 70. I pagamenti dell’organista e del levamantici proseguono negli anni successivi secondo somme via via differenti, finché in data 30 maggio 1837, ad ampliamento ormai concluso, si annota: Pagato al Sig.r Giuseppe Alchisio per conto del Nuovo Organo come Confesso … £. 600; il 30 gennaio 1838 è pagata allo stesso la seconda ratta [sic!] di £. 1442 e, in una data non precisata del 1840, la terza rata di £.449. Lo strumento venne dunque a costare la somma di circa duemilacinquecento lire milanesi4. Forse poca cosa, ammesso che questa sia la somma totale, rispetto, per esempio, alle ventiduemila lire dell’organo di Albese nel 1851.
Queste annotazioni rendono note non solo la cronologia e la paternità dello strumento: Giuseppe Alchisio, fu Antonio, originario di Lezza-Pontelambro5, ma – si può ipotizzare - anche il nome del probabile collaudatore: il 17 novembre 1838 sono pagate £. 46 al Sig.r Giosue Tagliabue Professore di Musica per visita fatta al organo [sic!]. Anche se nel 1835 dovrebbe collocarsi la visita dei Prestinari ad Orsenigo, in quale veste non è dato sapere6.
L’Alchisio ottocentesco è oggi irriconoscibile, perché nel 1937 e nel 1960 lo strumento subì “restauri” che, dal punto di vista della sensibilità storico-filologica odierna, si ritengono più distruttivi che conservativi.
Il parroco del tempo, don Giuseppe Monti, annota infatti nel Liber Chronicus in data 31 agosto 1937: Riparazione dell’Organo. Richiedendo l’organo urgenti riparazioni, puliture, accordature, si è creduto bene di sistemare, nello stesso tempo, il cassone e le canne in modo di liberare la finestra centrale dando, specialmente alla seconda metà della Chiesa, maggiore luce. Per rendere l’organo poi conforme alle prescrizioni liturgiche, vennero levati i due registri: corno inglese e ottavino; e furono introdotte: 1°) un nuovo registro Viola gamba di 8, P. 58 canne; 2°) un nuovo registro Dulciana di 8, P. 46 canne; prolungata la voce umana di un’ottava sul basso a unda Maris al 2° Do. I lavori vennero eseguiti dalla ditta organaria Ondei Felice di Milano (Corso Indipendenza n. 14) che richiese la somma di £. 5300 (cinquemilatrecento). Si conserva nell’Archivio la copia contratto con la descrizione detagliata [sic!] dei lavori7.
Nel 1960 invece si introdusse la parziale pneumatizzazione in sostituzione della trasmissione meccanica (che fu lasciata soltanto per la tastiera), si asportarono alcuni registri (ancie), se ne introdussero altri (dolci e violeggianti) e si rifece la consolle a finestra.
Nel Liber Chronicus, sotto la data del 17 luglio 1960, Festa di San Luigi, il parroco don Tito Brambilla annotava: Si doveva collaudare l’organo, rimesso a nuovo dall’organaro Pirola Telesforo di Sovico, ma all’ultimo momento mancò la corrente elettrica e si dovette passare in coro e acompagnar la Messa con l’armonium.
Allo strumento non si mise più mano, se non per l’ordinaria manutenzione, sino al vero e proprio restauro conservativo ad opera dei Fratelli Pirola, eredi dell’organaro omonimo succitato, iniziato il 13 settembre 1999 e concluso nell’aprile del 2000, mentre era parroco don Ivano Colombo.
I lavori osservarono l’abituale protocollo di intervento sugli organi storici: dal rilievo del corista, del temperamento e della pressione dell’aria, dalla rimozione delle canne, del somiere maggiore, dei mantici, alla pulitura delle parti rimaste in sede, al trattamento antitarlo delle parti lignee, alla revisione del somiere maggiore e degli altri minori, nonché dei crivelli, sino alla revisione della tastiera e della pedaliera, alla pulitura delle canne (lignee e metalliche) e alla registazione della trasmissione meccanica e di quella pneumatica.
L’organo riprese a suonare il 20 aprile 2000, Giovedì Santo, ma fu inaugurato ufficialmente con un concerto tenuto la sera di domenica 17 settembre 2000 dal maestro Sergio Paolini, titolare della cattedra d’organo al Conservatorio di Milano.
Descrizione dello strumento
Attualmente l’organo presenta una facciata di 25 canne in stagno verniciato con labbro superiore a mitria, il labbro inferiore semicircolare e bocche allineate munite di baffi laterali. Le canne sono disposte ad ali divergenti in un’unica campata; la canna maggiore corrisponde al do# 1 del Principale 8’.
La tastiera, incorporata nella cassa a finestra con frontalino liscio, non è originale; è costituita di 58 tasti [do1-la5]; la pedaliera, anch’essa non originale, a forma concavo-radiale, di 27 pedali in legno di rovere [do1-re3].
I registri sono azionati da placchette a bilico collocate in linea orizzontale sopra la tastiera, così disposti a partire da sinistra:
Principale 16’ – Principale 8’ – Ottava 4’ – Duodecima 2 2/3’ - Decimaquinta 2’ – Ripieno Grave – Ripieno Acuto – Basso 16’ – Basso 8’- Voce umana 8’ – Flauto 8’ – Flauto 4’ – Dolce 8’ – Viola 8’ – Celeste 8’ – Tremolo.
Al di sotto della tastiera si collocano 6 pistoncini per le combinazioni fisse: Annullatore – Pianissimo – Piano – Mezzo Forte – Ripieno – Annullatore.
I pedaletti azionano: Unione 1° al Pedale – Piano – Mezzo Forte – Crescendo [staffa dello Sweller] – Ripieno – Super Ottava.
La manticeria è composta da due mantici “a cuneo”: l’uno collocato a sinistra nella cassa, l’altro all’esterno, sul piano della cantoria a destra.
La trasmissione, come già osservato, è pneumatizzata ai pedali, ai registri e ai pistoncini delle combinazioni.
Dietro il somiere maestro a vento è sito, addossato alla controfacciata dell’edificio, il somiere di Contrabbasso 16’, mentre alla parete sinistra della cassa sta il somiere di Basso 8’; altri somieri e somierini sono disposti all’interno della cassa. Si ipotizza fondatamente che i somieri di basseria costituiscano la parte più antica originale dello strumento.
Esso è incorniciato tra due lesene laterali lignee concluse da capitelli ionici sovrastati da una complessa carpenteria che si prolunga sino alla parete di fondo, simulando una trabeazione molto aggettante ad imitazione di quella della contemporanea navata centrale.
Le due lesene recano a mezzo due tondi aggettanti dipinti a monocromo, nei quali sono raffigurati due musicisti di difficile identificazione.
La dignitosa inquadratura è deturpata dall’orrendo zoccolo a perline, che sostituirono l’impianto originale nel corso dei “restauri” del 1960, per di più del tutto dissonanti dalla tenue cromia neoclassica della cassa.
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